Agosto 30, 2019

Due chiacchiere con Nadia Baldo

Qualche domanda per conoscere meglio questa professionista di fotografia pubblicitaria a Trento

Nadia Baldo, fotografa professionista impegnata da tanti anni in questo settore, attenta osservatrice, riesce a sintetizzare nelle sue immagini la qualità massima di un prodotto, di un servizio o di un Brand.

Attraverso la capacità comunicativa delle sue immagini, unita al loro forte impatto e fascino espressi ad un alto livello tecnico, riesce a comunicare il valore dei prodotti e dei servizi delle aziende che si affidano al suo studio.

Il suo lavoro, eseguito con passione, creatività e tecnica, ha portato a grandi successi.

Oggi le faremo qualche domanda. Iniziamo con la fotografia pubblicitaria per il mondo del vino.

nadia

Nadia, cosa ti affascina del mondo del vino?

Il vino ha la capacità di evocare profumi, sapori, convivialità ed eleganza. Questi attributi sono cose che apprezzo anche nella vita. La sfida, in fotografia, è permettere agli altri di “sentire” tutto questo! Ammetto però, ed enologi e sommelier non apprezzeranno, che la prima emozione la ricevo dall’oggetto, dalla bottiglia e dalla sua veste, dalla sua forma e preziosità.

Come nasce la foto di una bottiglia?

La bottiglia è uno dei soggetti più difficili da riprendere: è lucida, cilindrica, in alcuni punti semisferica, a volte trasparente. Come ogni oggetto che mi appresto a fotografare, inizio con il guardarlo e riguardarlo… E poi lo “vedo”! E vedo come lo voglio descrivere: punto di ripresa, luci, ombre, atmosfera. Per me una bottiglia di vino è un oggetto prezioso e come tale lo voglio rappresentare.

Parlaci del legame tra wine e food.

Ancora una volta devo rispondere citando sensazioni, profumi, sapori, gusto, genuinità, convivialità, eleganza e sensualità. Mi riferisco al vino ed anche al cibo, che si fondono e si esaltano vicendevolmente. Insieme sanno creare una situazione, un’atmosfera che mi piace trasmettere e “far sentire” attraverso i miei lavori.

Qual è il tuo segreto per una foto di successo?

Nel caso della fotografia commerciale e pubblicitaria, il fine ultimo è quello di rispettare ed esaltare le proprietà del prodotto. Lo scatto deve essere in grado di trasmettere una sensazione precisa riproducendo esattamente un’atmosfera ben riconoscibile che renda il suo contenuto accattivante ed emozionante. L’immagine finale deve rispettare un’armonia ed un equilibrio grafico per essere immediatamente leggibile. Anche attraverso un solo rapido sguardo, il nostro cervello elabora queste immagini accostando ad esse un significato in maniera inconscia. La mia volontà è appunto quella di rendere il messaggio ancora più fruibile per una comprensione rapida e chiara, senza imprecisioni che ne rallentino il processo visivo. Creare un’immagine che sia “bella”, con un contenuto interessante che si guarda a lungo e con più piacere. La fotografia pubblicitaria per essere efficace deve attirare l’attenzione dell’osservatore, deve essere in grado di trasmettere le qualità e le caratteristiche del prodotto.

Alcune domande riguardo il settore food.

Quali sono le problematiche più comuni nel fotografare il cibo?

Il rischio più grosso che si possa correre nella fotografia food è che il cibo non risulti appetibile: dalle foto postate sui vari social network fino ai menù di molti ristoranti, si comprende subito quanto sia difficile ottenere un buon risultato. Riuscire a riprodurre la gustosità di una ricetta appena preparata, la croccantezza di una preparazione appena sfornata, il colore pulito e brillante del cibo fresco e profumato, la lucentezza di un piatto appena preparato e servito, è un lavoro davvero difficile ma fondamentale per riuscire a creare immagini appetitose.

Come riesci a fare fotografie che…”si mangino con gli occhi”? Qual è il segreto della food photography?

L’elemento più importante è la luce. Vi rivelo un mio segreto. Se vogliamo postare su facebook una nostra preparazione particolarmente riuscita, posizioniamo il piatto davanti a una finestra che abbia una tenda bianca per filtrare la luce; lasciamo che il piatto venga illuminato di lato o da dietro, e non usiamo il flash frontale!

In studio si usano più punti luce, piani di appoggio dedicati. Utilizziamo differenti tipi di piatti, cristallerie e posaterie, che possono essere rustici o eleganti ma comunque adatti al caso specifico, vegetali appena colti, erbe (noi coltiviamo e utilizziamo le nostre) cibo di primissima qualità tagliato con estrema cura. Le salse vengono rese lucide e fluide imbrogliando un po’ sulle dosi della preparazione. Le tonalità troppo scure non sono appetibili, i colori devono essere accostati con attenzione, i vari ingredienti come le verdurine in un ragù ad esempio, devono essere puliti e riconoscibili. Qualche briciola posizionata ad arte o una forchetta “dimenticata” con grazia possono infine infondere realismo in un set di food photography.

Gli “effetti speciali” come gocce, bollicine, fumo…è tutto fotoritocco? Quanto lavoro c’è dietro?

È vero, le aziende specializzate producono preparati per effetti di ogni tipo: ghiaccio, brina, condensa, gocce d’acqua per frutta e verdure fresche, vapore e perfino ragnatele per ricreare l’atmosfera di una cantina. La mia esperienza mi fa preferire scelte più vere, più vicine ad elementi commestibili che chimici, come nel caso delle goccioline per le quali uso glicerina alimentare diluita secondo precise proporzioni piuttosto che il prodotto specifico ricavato industrialmente, che tende ad uniformare anche il risultato. Ammetto che faccio un’eccezione per “l’effetto vapore” che un cibo bollente deve sprigionare: qui la chimica aiuta eccome!

Da dove prendi ispirazione per le tue foto? Hai un processo mentale per arrivare all’idea che fa la differenza?

Il segreto di chiunque produca fotografia è il suo database. Guardare molte immagini, film, frequentare l’arte di ogni tempo, ma soprattutto “leggere” qualunque situazione reale che appaia emozionante, cercando di capire cosa la renda tale. Il lavoro successivo è quello di immagazzinare le molte immagini mentali che creo per ampliare sempre di più il mio database personale. Più elementi ed esperienze abbiamo in testa più riusciremo a creare combinazioni e idee nuove. Forti di questo piccolo patrimonio, un po’ alla volta riusciamo a trovare la via migliore per avvicinarci al soggetto, e come succede guardando un’autostereogramma, alla fine nella nostra mente compare l’immagine in tutti i suoi dettagli.

Raccontaci un po’ più in generale come lavori.

Parliamo degli strumenti: ne hai di preferiti? Quali non devono mai mancare e quali possono fare la differenza?

Preferisco lavorare con una fotocamera con un sensore di ampie dimensioni; mi permette di avere una maggiore qualità della fotografia e, inoltre, la possibilità di lavorare in post produzione senza processi distruttivi per il file.

In certi casi mi sentirei limitata se non potessi “giocare” con le linee prospettiche come invece una camera a corpi mobili mi permette di fare.

Le luci devono essere molte, autonome, dosabili e precisamente posizionabili: non amo molto le strutture a pantografo (nate proprio per gli studi fotografici); non mi piacciono perché limitano le regolazioni super precise che a volte fanno la differenza.

E poi c’è, come dico sempre ai miei increduli studenti, il fondamentale “nastro adesivo”. Beh, l’affermazione è un tantino provocatoria ma la uso per comunicare ai ragazzi che questo genere di fotografia ha bisogno di tutte le nostre conoscenze, dalla chimica alla fisica fino al bricolage, e che non c’è nulla di precostituito, di standardizzato o standardizzabile. Tutto ciò che può essere utile va fatto se vogliamo creare immagini personali: ogni set esige di essere inventato da zero in ogni suo particolare.

“La luce è tua amica”, parole tue… spiegaci cosa intendi e perché secondo te è importante.

Fotografia significa “scrittura di luce” o meglio, nel nostro caso, scrittura con la luce.

Di fatto una foto è fatta di contenuto, una composizione nello spazio, dove la luce non serve per far vedere il soggetto ma è necessaria per descriverlo. E’ con la luce che diamo tridimensionalità, atmosfera, eleganza e dettaglio al soggetto. La luce è il pennello del fotografo. Parlando di me posso dire che la conosco intimamente, è lo strumento che mi è più congeniale, costituisce proprio il mio linguaggio, riesco ormai a manipolarla con la destrezza di un giocoliere e me ne servo a mio piacere: nel caso della fotografia commerciale la utilizzo per descrivere un prodotto e renderlo importante, nelle immagini pubblicitarie invece, me ne servo per creare un certo mood.

Anche nella fotografia industriale, che amo tanto, la luce è la chiave per descrivere lavorazioni speciali, separare i piani, evidenziare i dettagli e valorizzare i materiali. E’ la prima attrice, insomma!

Quanto è importante avere un supporto e uno staff che ti aiuti e ti sostenga durante e dopo i set?

Non potrei fare questo lavoro da sola! I miei collaboratori ed io ci muoviamo in equipe, ognuno ha un ruolo fondamentale, nessuno è marginale rispetto agli altri. Abbiamo acquisito una capacità di collaborazione tale che a volte ci accorgiamo di aver addirittura appreso un linguaggio speciale, un nostro codice…

Quanta post-produzione c’è dietro a una fotografia professionale di qualità?

La post produzione è un passaggio inevitabile nel mondo digitale; è infatti inverosimile parlare di autenticità di un’immagine post prodotta. Anche la fotografia analogica offre molte opportunità di manipolazione; un parallelismo tra le due tecniche che è sempre esistito.

I livelli di intervento che si possono applicare successivamente possono essere molti, fino ad arrivare al retouching creativo.

Nel mio caso posso dire con certezza che, in media, il tempo passato in sala di posa è di sicuro maggiore a quello dedicato alla tavoletta grafica e Photoshop.

Raccontaci qualcosa sulla fotografia professionale che non ci aspetteremmo.

Un mio collega, ricordando la sua infanzia, racconta di un tema in classe in cui doveva descrivere il suo futuro lavoro. Beh, lui scrisse che “piuttosto che lavorare” avrebbe fatto il fotografo. Vedeva i reporter girare con una piccola fotocamera per le strade delle città, alle feste di matrimonio o sulle cime alpine… Gli sembrava semplicemente un bel gioco!

Forse quello che non si sa, è che fare fotografia è un lavoro fisicamente molto impegnativo, che richiede capacità di adattamento a varie situazioni inimmaginabili. Inoltre fa venire il mal di schiena: molte ore seduti al computer senza che il pensiero di alzarsi ti sfiori la mente, diventano micidiali per le vertebre! Ma è così coinvolgente!

La preparazione del set è cosa banale o va studiata? Quanto tempo gli dedichi?

Preparare un set fotografico è un lavoro lungo e meticoloso, affatto banale; tutto deve essere studiato nei minimi dettagli, nulla va lasciato al caso. Sono molto meticolosa durante le fasi di preparazione di un servizio fotografico. Spesso mi impegna per ore e alle volte disfo tutto e ricomincio. Devo avere creato il clima ideale per scattare e se ce ne è bisogno, riprendo tutto dall’inizio!

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